lunedì 28 febbraio 2011


     
   

     Zei

I nostri occhi non ardono più come ieri
di rimpatrio su queste terre dove siamo stati felici
la luce sembra diversa.
Lungo la strada non trovo nessuno
qualche ombra lontana, sedie abbandonate
le gambe tremano come per crollare.
Un bambino viene avanti, cammina avvolto di spine
ai lati un bagliore di pelle bianca
un giovane morto
lo abbraccio.

Un poeta, corruttore dell'anima, emarginato nella sua isola
con i suoi idoli di pietra, insano di mente, quasi animale.
Strade sterrate di adulatori 
che non potevano fare a meno di ascoltarlo
alzavano al cielo le sue rime
scolpivano nella memoria ogni parola.
Esaltando lo spirito di un popolo, tra i suoi nemici mortali
che lo odiavano
pensavano fosse un venduto, un falso
un devoto alla superbia
un imitatore, privo di qualsiasi originalità.
Una malattia...
Un traditore
a cui spedire lettere minacciose, colme di insulti e calunnie.

Va via dal silenzio salutando
con uno sguardo profondo come un uomo
un uomo qualsiasi. 








domenica 27 febbraio 2011


Come sostengono pesi immani
limpide eteree in equilibri impossibili
le parole.

martedì 22 febbraio 2011

Consiglio musicale

18 febbraio

Ennesimo viaggio




Sono io un coglione

dei due che palpeggio

mi domando a volte ;

sono sempre io,

il tuo poeta preferito

quel quasi poeta

dell’esilio mai definito.



Sono sempre il tuo miglior amico .

I miei piedi puzzano tanto ,

mi odia anche la puttana

che pago ogni tanto .



Un bicchiere di vino rosso

forse meglio una damigiana ;

balla la ballata dell ‘esilio

o sta ferma a specchiarsi

aspettando la sommossa .



Balla lo scheletro

consapevole di rompersi le ossa.

Della stanchezza

sui miei reni preda della confusione

suona la perversa consapevolezza;

cantano solo i papaveri

perché sono alti ,almeno loro alti .



Evviva la ballata

perché non va a Sanremo

e dall’esilio liberi

o liberi da ogni esilio

più vecchi ,più brutti

più vicini a tutti

più lontani da tutto.



Se il talento diventerà cornice

i narratori saranno piombo

per vetro dipinto ,

naftalina per conservare un sogno ,

una piccola ubriacatura

nella realtà povera

che attende la sua medaglia all’illusione .



Ballo

davanti ad una provocazione

alla dolcezza,

davanti ad una birra grande ;

sono

sorpreso dalle fotografie

dipinte sulla tovaglia della trattoria

ci scriverò su due cazzate.



sabato 19 febbraio 2011




il salto

Si muovono le foglie dentro barattoli di latta
un circolo di ruggine le accoglie
tenendole in custodia per le future generazioni.

Mani sudano stringendo
il grugno scuro dell'imposizione
c'è pericolo che fugga
il rischio che non ci lasci più.

Ma scappando semina uomini storti
piegati, deformati, nell'inganno della mente
tenendo fermo il timone in balia della folla.

Occhi vitrei come biglie d'infanzia
sguardi spontanei
coperte d'erba sulla terra nuda
sacchi di iuta con cui nascondersi
trapassando il muro umano, annientandolo
in solitudine.

Si sforzano gli argini e le tenere acque
si forzano le madri, i figli non piangono più
devono al cielo la fortuna
succhiano latte insaporito con veleno
oltre il frastuono del giorno
sirene di riscatto squarciano la serenità della pioggia.

Fogli di carta portati in giro da un vento bambino
fogli sui visi a nascondere le lacrime di rabbia
riso sparso nei giorni del sole, all'apparenza felici
sul granito di gradini logori e stanchi
aspettando che qualcosa cambi.












giovedì 17 febbraio 2011



Sapessi quanto mi sento in colpa amico mio. E quanto inutile sia il mio senso di colpa adesso che tutto è accaduto.

Controllare il carico. Questa è la regola che s'impara quando si monta su un muletto per la prima volta: controllare che il cazzo di carico sia stabile ed equilibrato.

Invece io non l'ho fatto, e tu, per questo, sei chiuso da quattordici giorni in questa stanza che puzza di disinfettanti e medicazioni, attaccato con ventose e fili a macchinari spaziali, fratturato, fasciato, legato al letto, incosciente di quello che ti è accaduto, e sospeso immobile nel tempo di una preghiera che non puoi interrompere, nella mecca trasparente della tua anima.

Tre parole ti tengono legato alla vita e alla morte come un elastico: coma post traumatico.

Haqq Hamad Al-haddad, la tua pelle sembra ancora più scura tra queste pareti d'ospedale smaltate di bianco accecante.

Schiacciato da un bancale di cartoni di lattine di birra. Che scherzo di merda ti ha giocato il destino, a te che non hai mai assaggiato alcol .

Che scherzo mi hanno giocato le lattine di birra quel giorno, a me che ne avevo bevuto troppe di birre, troppe.

La sera prima a casa tua abbiamo mangiato tagine di agnello con le prugne, abbiamo guardato per la quinta volta tutte le partite della coppa d' Africa del 2008, quella semifinale contro la Costa d'Avorio, la tua preferita: zaky! Zaky! abbiamo urlato assieme.

Quando siamo usciti avevi le lacrime agli occhi:

“Haqq non piangere, è solo una partita, avete vinto”

- Roberto,io torno in Egitto -

“Sì sì, ma prima devi assaggiare i totani ripieni che cucina mia madre..”

- Ho già fatto il biglietto, non scherzo, parto domani -

“Dai, lo sai che è tutto inutile”

-Mio fratello, mia sorella, i miei nipoti, anche mio cognato il più odioso, adesso combattono; io voglio combattere con loro, e per me questo non è inutile -.



Non ho detto niente, ho raccolto un sasso tondo e l'ho lanciato dentro il mare piatto di Dicembre.

Ho provato un po' d'invidia, davvero.
Qualcosa per cui combattere mi manca.

I dottori mi hanno fatto entrare qui e mi hanno dato il permesso di parlare con te:“ gli dia degli stimoli” mi hanno detto.

Io ho portato un piccolo televisore,
Rainews a tutto volume.
La gente che volevi raggiungere combatte.

Apri gli occhi
(nessuno si muove dalla piazza)
mi guardi per infiniti minuti
(portano via i morti)
parli con la voce impastata:

- Cosa dice il notiziario?-
(molotov dal cavalcavia)

“Mubarak è caduto”
( i militari hanno ricevuto gli ordini)

- ..e Berlusconi? -

“anche lui è caduto”

- e come ha fatto?-

“è scivolato dal letto e si è sbucciato il ginocchio”

Giri solo un occhio verso di me e sorridi.







lunedì 14 febbraio 2011



Quelcheera


Fumi in penombra e ritmi
pelle che rimbomba dentro lo stomaco
mentre la raccolta, nei sorrisi cariati
tra i vapori che salgono al tramonto
le spezie coprono la puzza
la luna si abbassa senza odore
l'ocra sull'orlo.
Mordendo rami di sambuco
nella frutta sdraiata
dentro la terra lenzuola improvvisate
baffi di contorno, non fidandosi del prossimo
mani che si alzano per far cascare il tè
cuscini, teste di agnello e mosche.
Fulmini in lontananza sopra le nevi
deriva negli strati più vicini e sale
sui gradini fino al terrazzo bianco.
Datteri di fiume tra i vasi oltre la porta
sotto il sole, piegati e prostrati pregano
camminando in fila distanti
anime in fuga osservano barbe che implorano.
Sognando a occhi aperti
oltre le piccole tende, la porta bassa socchiusa
nascondendomi per guardare muli con ruote di trattore
chi si piega dietro il richiamo
graffi nella pancia di vomiti inopportuni
diversi, magari sconci, chitarre scordate sulle gobbe
dalla torre il megafono amplifica le parole.
Uova sode alle fermate dell'autobus
sotto bolle la carne, terrecotte
serpenti senza denti, arance
auto che volano tra il giallo delle pietre
giullari attirano curiosi
cantastorie bruni e coperti
ma non mi bastano stracci senza gambe
occhi nascosti nel dormire fissando soffitti rosa.







mercoledì 9 febbraio 2011



Presagio di un passato presente


Tu ti sei resa conto
ti ha toccato personalmente
vedendo solo oltre i piccoli occhi
fossero almeno corde di lino e sale
i cespugli in cui tra le spine graffiare le mani
bave di ricordi attaccati come miele alla bocca.
Vedremo dentro enormi cuori le parole che fonderanno
negli angoli i morti delle nostre memorie
il cielo e le nostre case chiuse.
Negli angoli ultimi i miei
dove credere non è un  riflesso, dove credere non è niente
calpestando le sabbie il fiume ha raggiunto il mare
l'uomo si riduce a radice
abbiamo raggiunto gli scopi, c'è onore nel perdere.
Si sviluppa umile e umida e serva del lavoro naturale
ancora meno nell'autodistruzione
le punte lottano tra le rocce, ascoltando le vie
le vie in cui nei momenti di estrema debolezza
si giocava con carte senza numeri
lasciandosi andare a momenti di euforia e aggressività.
Si vivevano anni senza polpa
il terrore non è solo politica, il terrore è potere
le vacche sono nere.
Si aspettano risposte da uomini semplici
uomini nudi di vergogna che hanno ucciso altri uomini
si attendono risposte.
Se volesse dire uccidere, se volesse dire eliminare
un tratto antropologico, un azione di vita
seguirsi nelle pericolosità dell'esistere
provare nell'azzardo, mentre si afferma il proprio io
e poi aspettarne le conseguenze.
Tutto è perso, tutto è vinto
non avendo neanche il desiderio dell'azione.









venerdì 4 febbraio 2011



Non è coraggio non è odio.


Ho amato il mio braccio più lungo
perché sfiorava il cielo col dito
ho armato il mio secondo cuore
ed attento non ho toccato fiori.

Le scale hanno pioggia che scende
uomini che salgono
le scale in alto hanno desideri
e per cadere
fanno cadere bene
i gradini.

Foglie morte e giornate corte
come un segno lasciato sul buio
prima di andare via
sorridendo.

Sarà stata fuga
o sarà prigione
comunque qui
nessuno si è arreso
e nessuno si è difeso.

“Confessa di essere stato”
mi ha detto lei cruda
“da domani mai più ti guarderò negli occhi”
io andandomene non le ho risposto
perché semplicemente non le ho creduto.

Un voto al silenzio uno al rumore
una spiaggia gelata di voci e stelle
come un non voler tornare mai a casa
come il morire delle api
per un po’ di miele .



Tono familiare e pugni


C'è chi raccoglie pietre di fiume aspettando che passi la piena
mentre si alzano polverosi e ogni testa è un uomo
quelli che si affiancano e si muovono come nuvole


Chi colleziona sogni e ricordi d'infanzia
immobile nel buio agghiacciante
e la voce del desiderio, senza più gemiti


Chi si nasconde dentro costumi di cartone
osservando tele di ragno al lavoro
forse l'anno nuovo porterà venti di speranza


Bagni di vapore e poi case, case, case e ancora case
case piene di specchi e conta tempo in ogni stanza
per non perdere successione, l'ignoranza fà paura


C'è chi marcisce nel benessere degli altri
spiandoli da lontano
nuvole di teste si portano in piazza
come stormi, moltitudini in volo verso il caldo


Chi invecchia nell'invidia, tanto non cambierà niente


Chi conserva se stesso sotto sale evitando la calca
troppo carnosi per reagire, esiste
chi si tuffa nella ressa scansando se stesso
amandosi eccessivamente
nella particolare, propria solitudine intellettuale


C'è chi legge i fondi del caffè e chi ne vede il futuro
isterismi personali, gridati, nascosti
dentro le mura di casa, fortificazioni


C'è chi si volta dall'altra parte scontrandosi
solo, contro lo schermo piatto
di un televisore che inesorabilmente non lo ascolta